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Derby 2011

Derby 2011
 

Non esiste una gara che possa anche lontanamente essere paragonata al Derby, innanzitutto per il suo pregnante inarrivabile portato tecnico, e poi per il suo fascino, per la sua capacità di far convergere interesse e partecipazione, per l’atmosfera di attesa, speranze, curiosità. Il Derby è lo "state of the art” dell’allevamento italiano, il suo annuale "up-date”. Mi obbietterete: queste son cose dette e ridette, sapute e risapute, fritte e rifritte. Sì, d’accordo, ma non sono stantìe e superate, sono sempre invariabilmente attuali, e vere, e fondamentali. In un periodo in cui, ad onta di tante vuote parole, di tanto "politichese” a buon mercato, di tanta "vanity fair”, ci sarebbe un enorme bisogno di tornare alle nostre vecchie solide gloriose radici, di risvegliare una passione e un’alacrità, una fiducia e un senso di attivo coinvolgimento, che la nostra cinofilia, il nostro mondo, il nostro allevamento, le nostre migliaia e migliaia di appassionati, che ai cani dedicano gran parte della loro vita, non chiedono altro per poter ancora, nonostante tutto, dimostrare e mettere a prova, assistere a un Derby come quello corso alla Tollara dal 25 al 27 marzo fa rinascere entusiasmi sopiti, aspettative abbandonate, sogni accantonati, risveglia il fuoco che cova, sempre più flebilmente, sempre più soffocato, ma cova, sotto le ceneri. Nel 1994 non si poté correre il Derby, che fu, con provvedimento destituito di qualsiasi ragionevole giustificazione, rimandato all’anno dopo. Prima che questa insensata decisione venisse definitivamente adottata, ci fu chi propose di correre il Derby in Polonia, che, in quel momento, era all’apice del suo eccelso inimitabile fulgore. Fu opposto un assoluto diniego, che, in assenza di cause di forza maggiore, e in presenza di un’alternativa italiana, sarebbe potuto essere saggio e commendevole, ma solo per le motivazioni suddette. Che se erano valide allora, rimangono valide, se non di più, anche oggi.

Centotrentasei cani iscritti, quasi tutti presenti ai nastri di partenza. Tanti dilettanti, o "privati”, come vengono chiamati spesso con bizzarro appellativo, e praticamente tutti i nostri professionisti. Al Derby non si può mancare. Non possono mancare i cani, perché questa è la rassegna della verità. Questo è ciò che produce - nonostante tutto! - il più forte e prestigioso allevamento del mondo, questa è la crema che si ottiene da oltre quindicimila nuove nascite annuali. E non possono mancare i cinofili, siano essi conduttori, allevatori, giudici, tecnici, proprietari, appassionati, spettatori, curiosi, dirigenti: insomma, non importa a quale titolo, ma al Derby non si può mancare, a patto che non si debbano fare viaggi da cinquemila chilometri di strada e cinquemila euri di spesa!

Il Derby è il Congresso annuale della Società cinofila italiana.

Quello vero, l’unico vero, dove contano i fatti, non le chiacchiere, le ambizioni, le millanterie, gli interessi di parte.

Le consuete due batterie, giuria della prima presieduta da Oliviano Nobile, con Giovanni Bernabè ed Ermenegildo Bonfante, giuria della seconda presieduta da Franco Zurlini, con Gianluca Luconi e Giambattista Mantegari.

Terreni perfetti, ma con l’unico limite, che purtroppo caratterizza la Tollara, consistente nel fatto che è difficile seguire e veder bene molti turni. È pur vero che al Derby si va un po’ con lo spirito dei loggionisti del regio di Parma, i quali (almeno ai bei tempi) mangiavano e libavano beati, fino a che qualcuno avverte che Manrico sta per intonare "Di quella pira” e allora tutti alla balaustra!

È la stesso spirito che aleggia a Chantilly sul prato dei Condé, e più di tutto nel Surrey, a Epsom, dove i venti-trenta ettari racchiusi all’interno della pista sono invasi e gremiti fino all’ultimo esiguo spazio da amici e famiglie, accorsi da tutto il Regno Unito, che fin dal mattino bisbocciano in allegria, in attesa che vadano in scena i due minuti e mezzo del sacro rituale, destinato a incoronare il più forte puledro della generazione dei tre anni. Bisognerebbe che qualcuno un giorno si alzasse e dicesse: "Amici, sono dolente di informarvi che il Derby quest’anno sarà corso negli Emirati Arabi. Là ci sono i soldi, la passione, i più forti proprietari e allevatori, e magnifici ippodromi, dove già si corrono grandi corse. Non possiamo dir di no”. Sarei curioso.

Il clima dei grandi ippodromi emana un fascino irresistibile, dove si annullano contrasti e differenze di gruppo, di ceto e di casta, che naufragano, almeno per un giorno, nell’ardore di un fuoco che accomuna tutti, senza distinzioni. Come narra meravigliosamente Luigi Gianoli, Lord Exeter un giorno fu salutato, nel centro di Londra, da un bookmaker, un allibratore, che gli chiese come stava. Sua Signoria gli rispose altezzosamente che la faccenda non lo riguardava, perché la loro conoscenza si esauriva nel recinto del peso. Poco tempo dopo il nobiluomo si accingeva, ad Ascot, a fare una scommessa al picchetto, ma si sentì replicare che le sue scommesse potevano essere accettate solo alla Camera dei Lords. Diventarono, dice Gianoli, grandissimi e inseparabili amici.

Ma lasciamo stare il grande, e torniamo al nostro piccolo. Piccolissimo, ma amatissimo.

Sarebbe il caso che una volta mi decidessi a farla finita di far capire a ogni piè sospinto quanto siano immensi e incondizionati il mio amore e la mia passione, perché poi è troppo facile, per gli altri, approfittarsi di una condizione di così rara vulnerabilità! Ma che ci volete fare, è più forte di me. Ma, a ben guardare, è al tempo stesso anche la mia forza: nessuno, per quanti sforzi faccia, può pensare seriamente di riuscire a farmela passare!

Arrivato, in ritardo, sui campi di gara, a un certo punto ho visto, nel binocolo, apparire Pino Dellatorre. Il quale sapeva che uno dei principali miei motivi di interesse era vedere all’opera il suo Single della Cisa. Mi ha detto per telefono che mancava poco, e così mi sono fermato e siamo andati insieme ad attendere il momento tanto atteso. Strada facendo mi ha informato di aver già potuto assistere a sontuosi sfoggi di gran classe. Poco prima aveva corso, condotto da Valentino Morandini, un pointer bianco-arancio di nome Licinio, allevato da Alvaro Pica ed appartenente a Luigi Endrizzi. E Pino me lo ha descritto in termini più che entusiastici. Oltre a qualche altro cane, espressosi a livelli di eccellenza. Mentre aspettiamo, Angelo Testa entra in campo con un bel pointer al guinzaglio, un bianco-arancio figlio di Fiano del Volturno, di nome Giotto dei Mascii. Il quale parte bene, e mette subito in mostra un galoppo assai elegante. Poi ferma un fagiano e fa una breve rincorsa al frullo, che gli costa l’eliminazione. Arriva il turno di Single. Ma oggi la fortuna non è dalla sua parte. Gli tocca un terreno non ideale, ma soprattutto non è ideale la direzione del vento. Ragion per cui, il figlio di Rolan stenta ad inquadrarsi, risultando sacrificata l’esplorazione della parte destra del campo. A me comunque Single piace lo stesso, e parecchio, per la sua potenza, la meccanica e il portamento di testa, e mi rammarico molto che per lui il Derby finisca lì.

Un altro soggetto che ha suscitato unanime apprezzamento è stata una femmina pointer bianco-nera, Pupa del Galoppatore, presentata da Andrea Nuziata, che ha dimostrato di muoversi bene e di avere l’animus del trialer. Non passa molto tempo che arriva, trafelato ma raggiante, dall’altra batteria, la prima, Americo Procaccini. Ci narra felice che i due fratelli Picenum, Zafir e Zenek, alla mano di Davide Bruni, hanno dato spettacolo, strappando applausi a scena aperta. Ma ora tutti siamo in fremente attesa di vedere all’opera il loro fratello, Zivago, affidato ad Ernesto Pezzotta. Anche in questo caso il terreno non è il massimo. Ma il bel pointer lo affronta sicuro e maestoso, magistralmente condotto. Passano i minuti, il turno, in crescendo, si sviluppa in amplissima cerca, che a mano a mano allontana il cane dal nostro punto di osservazione. Zivago impressiona per la magnifica spinta e il regale portamento. A un tratto, già lontanissimo, scatta in ferma. Poi sembra ripartire, finché si blocca di nuovo, dando la netta sensazione di essere sul selvatico. Seguo la vicenda con grandissima attenzione e pari emozione. Ed è propria questa che mi tradisce: Zivago guida in stile, e alla fine, al limitare tra il verde e un arato, vola qualcosa, ratto e veloce, che scompare subito alla vista. Io sentenzio che son partite le starne, suscitando grande e comprensibile giubilo in chi mi sta vicino, in primo luogo, ovviamente, Americo. Il turno si concluderà alla grande. Ma purtroppo, accorsi a felicitarci, rimaniamo crudelmente delusi: non era una starna, ma una fagiana! A questo punto, tutto è rimandato al richiamo dell’indomani. Per qualche attimo ho sinceramente temuto che Americo mi bastonasse: se non l’ha fatto, e ne avrebbe avuto ben onde, è solo perché ancora credeva che si trattasse di uno scherzo, escogitato dal terribile Ernesto per tenerlo ancora un po’ sulle braci ardenti. C’è tempo per qualche altra bellissima esibizione, tra cui quelle di Liver della Regina del Bosco, setter condotto anch’esso da Pezzotta, che sfoggia un bel galoppo lineare e composto, e molta iniziativa, di Dino, pointer figlio di Sansone, condotto dal bravissimo Fabrizio Baraghini, e soprattutto dell’entusiasmante Robin Hood di Tramonte, pointer bianco-nero, figlio di Gaio, allevato da Pierdomenico Favaro, appartenente ad Aulo Toffolo e condotto da Morandini. Robin Hood sciorina un turno da manuale, sprizzando classe e potenza e temperamento da tutti i pori. Cala il sipario sui turni del Derby, raggiungiamo in fretta la Cascina Tollara, dove cerchiamo notizie della prima batteria. Qui si sta facendo gran festa per i turni, che ci dicono eccezionali, di diversi cani. In primis, di un setter di Paolo Scudiero, da lui stesso condotto, di nome Rapace del Sole, il sopraffino marchio di fabbrica del grande Ivo Geminiani, felicissimo. Poi c’è il pointer Luibor Flash, bianco-nero sempre di Scudiero, allevato da Luigi Borrelli e condotto da Rudy Lombardi. Mi avevano già parlato di questo cane, in termini egregi, e sono molto contento che abbia risposto in maniera così convincente. Ci sono stati anche due setter presentati da Targetti, due fratelli, Memo e Mio, che si sono magnificamente comportati. Poi il setter Gerico, che ha destato vivissima ammirazione, come immancabilmente accade quando Valerio Ronchi presenta, da par suo, un alunno al Derby. Poi il pointer Boss, figlio di Axel della Galluccia, schierato in campo da Luigi Taccon, di cui mi dicono mirabilie. Cerco di informarmi delle due femmine, tanto attese, di Stefano Girandola, entrambe figlie dello stallone fenomeno Zen del Feltrino, Daria della Cervara, sorella piena di Cleo, e Ria dei Boselli. Mi riferiscono che mentre Daria oggi non è riuscita ad esprimere tutto il suo enorme potenziale, Ria ha espletato un turno formidabile. Incontro anche Graziano Forti, il quale mi afferma che il suo Quark del Nocino, prole del grande Daly, si è comportato da gran trialer, ma ha poi commesso un errore. Il conduttore mi saluta esprimendo piena fiducia nel futuro del suo allievo. Sono molto contento per Severino Traina, quando mi parlano benissimo del suo pointer Luca dei Scaini, inclita progenie di due fuoriclasse, Prinz e Venere. Luca appartiene al Prof. Zacchello, che ripone in lui fervide speranze. Tra i protagonisti non manca mai Francesco Moretti, che piazza ai richiami Zac, un eccellente setter figlio del prediletto Valentino, fine stilista, per la soddisfazione dei due Collodoro, padre e figlio. Insomma, ho visto poco, ma le buone novelle fioccano. Bisogna citare anche Baro, un ottimo pointer allevato da Raffaello Cerretelli, appartenente a Luigi Del Duca, e condotto da Leonardo Burresi; Celin di Val Bruna, una setter gordon, condotta dal proprietario Gualtiero Quaglino; mi narrano cose molto belle di Sultano, pointer di Omar Dioni, figlio del suo Bill, condotto da Luigi Maggiolo; e della setter Foan Unga, presentata dal suo allevatore Antonio Fochesato; e di Ares, setter di Antonio Locatelli, allevato da Angelo Quarantini, e presentato da Rudy Lombardi. Sul far della sera si raduna una vera folla alla Tollara. Ci sono quasi tutti, occorrerebbe un’edizione straordinaria del "Gazzettino del bel mondo” per elencarli. Ci sono, indaffaratissimi, Mario Agosteo, Giuseppe Coti Zelati e, fresco reduce dalla bellissima vittoria della Coppa, Silvio Marelli. E Nicolotti, che sovraintende allo svolgimento dei turni. Ho trascorso molto tempo insieme con Alvaro Pica, grandissimo allevatore, e ne ho approfittato per trarne molti preziosi insegnamenti. Parlo a lungo con Richard Simeons, prestigioso allenatore che anche quest’anno presenta un nutrito lotto di allievi, come al solito, molto qualitativi, che sapranno certamente farsi valere. Interessanti colloqui, come sempre, con Giacomo Cantoni. C’è Rodolfo Grassi, l’infallibile penna della cinofilia, sempre affabile e cordiale, pronto a ritrarre da par suo le fasi salienti di questo grande meeting. C’è l’amico Ingegner Crosariol, anch’egli sempre presente. Sono felice di salutare i due ottimi delegati dell’ENCI, Paolo Andreini e Luigi Consonni, nonché l’impagabile Luca Mollo, funzionario ENCI di straordinaria efficienza e cortesia. Ci sono illustri eccezionali sportsmen e allevatori come Roberto Pedrazzetti, Orlando Fabbri, Luigi Parpajola, Angelo Mocchi, Claudio Macchiavelli, Vito Ragone, Giorgio Tombolan, il cui setter Dik del Giorton ha ottimamente figurato, condotto dal bravo Valentic. C’è Paolo Berlingozzi, con l’ormai onnipresente troupe di Sky TV. Saluto con grande piacere Libero Zagni, Giuliano Pasotti, Paris Eschini, Livio Dotti, Filippo Mattei, Angelo Barbieri, Domenico Petrella, Gian Paolo Spada, Alessandro Bollini e tanti, tantissimi altri, senza contare tutti quelli che, pur presenti, non ho potuto incontrare, nella gran folla degli appassionati. Mi dicono che sia andato alla grande anche un pointer condotto da Mauro Iazzetta, Delirio della Galluccia, un bel cane, tipico e distinto, figlio di Axel della Galluccia, allevato da Luca Simone e di sua proprietà.

Insomma, si farebbe molto prima a dire chi non c’era. Per tutti gli altri illustri partecipanti a questo Derby mi tocca scusarmi e rinviare i lettori al catalogo ufficiale della manifestazione.

La sera, siamo onorati di avere il privilegio di poterla piacevolissimamente trascorrere in compagnia dei Signori Endrizzi, e di altri gentilissimi amici. L’indomani mattina, si decideranno le sorti di questo Derby. Intanto godiamoci questi momenti felici, fatti di indimenticabile allegria e di abbandono a ciò che più ci piace, bei ricordi e grandi cani, fantastiche gare e celebri cucciolate.

Domenica mattina si riconferma che sono un po’ arrugginito, e non ho quella foga e quella tensione che in altre occasioni mi hanno condotto a cercar di non perdermi niente. Infatti, arrivo sul terreno quando Licinio, dopo una prima parte di livello eccezionale, comincia ad esagerare e se ne va fuori mano. Il che, manco a dirlo, appo noi, lungi dallo scandalizzarci, è anzi accolto come grande segno. Tutti i presenti, tra cui varie voci autorevolissime, sono concordi nel pronosticare a questo pointer un futuro radioso. Poi vedo il turno di Pupa del Galoppatore, femmina di grandi prospettive, che fa sudare le sette camicie a Nuziata per cercare di tenerla a bada. Quindi scende in campo Pezzotta con Zivago. Il pointer ribadisce mirabilmente la sua energia, la sua padronanza del terreno e del vento, e il suo invincibile desiderio di trovare. E finalmente arriva l’incontro, così agognato, a coronare una prestazione sopraffina. Zivago blocca in grande stile, e risolve, corretto. Non si descrive il tripudio al rientro del binomio. Mi affretto quanto posso a telefonare ad Americo, che sta seguendo l’altra batteria, ma c’è chi mi ha preceduto. I richiami si concludono con la spettacolare performance di Robin Hood di Tramonte. Mi dispiace immensamente che Pierdomenico Favaro sia dovuto rientrare a Padova per suoi impegni, perché sarebbe stata una grande gioia per lui, che pure è da sempre avvezzo a gli innumerevoli trionfi dei suoi campioni, assistere alla meravigliosa prestazione del suo allievo. Che ci ha tenuti con il fiato sospeso fino al termine del prolungato richiamo, nella mai sopita speranza che potesse incontrare le starne: sarebbe stato il meritato premio per un Derby corso alla grandissima dall’alunno di Morandini. Robin Hood ha dato lezione di mentalità, cerca e qualità, e sarà sicuramente un protagonista assoluto nei prossimi anni.

Finiti i richiami in questa batteria, provo a spostarmi nell’altra. Apprendo che Ria, di Girandola, ha fatto il punto nel richiamo, ribadendo le eccellenti note evidenziate nel turno, ma non è rimasta perfettamente corretta al frullo. Faccio in tempo ad assistere a gli ultimi due turni di richiamo, quello di Luibor Flash, e quello di Mio, di Targetti, che sfreccia come un missile, ma purtroppo senza incontrare. Poi, mentre non resisto alla tentazione di un frugale picnìc, un sempre più raggiante Americo mi informa, con entusiasmo al diapason, che anche Zenek, richiamato per la seconda volta, ha concluso con un gran punto: come dice lui, il Derby si concluderà con "una lotta fratricida”!

La folla si riversa alla Cascina, dove si svolgerà la sfida fatale. Il folto e trepidante pubblico si dispone lungo il campo prescelto per il turno di coppia. Nell’attesa, è divertente percepire, sia pure casualmente, alcuni commenti: non tutti fanno parte degli "addetti ai lavori”, ci sono anche neofiti o spettatori occasionali. C’è per esempio chi si chiede, fors’anche leggermente indispettito, come mai ci siano tre pointer qualificati, e nessun setter. Come se fosse colpa di qualcuno! Bisognerebbe che qualcuno spiegasse che le gare, tutte le gare, sono così, e in modo particolare il Derby, che da sempre vede, e direi necessariamente, una periodica alternanza delle due razze, del tutto casuale e fisiologica. Del resto, ai richiami sono andati setter quasi in egual misura ai pointer, per cui le cose sarebbero potute andare anche in modo del tutto opposto, senza che questa evenienza fortuita potesse in alcun modo scalfire il giudizio positivo sui cani che, pur non avendo la fortuna di incontrare, avevano messo comunque in mostra bellissime doti. Anche in questa, come nelle precedenti occasioni, le due razze si sono dimostrate, alla prova dei fatti, sostanzialmente equipotenti, senza né vinti né vincitori: i vincitori sono solo i singoli cani, indipendentemente dalla razza cui appartengono. Ci sarebbe semmai da chiedersi come facciano i pointer, con nascite che sono un quinto, un sesto dei setter, o giù di lì, a reggere costantemente il confronto. Ma questa è una faccenda ormai vecchia e ampiamente dibattuta, e non sapremmo, anche ora, come in altri casi, fornire ipotesi e interpretazioni che non siano già state più volte avanzate e proposte. Inutile perciò stare a ripetere che i setter, essendo una razza attualmente, e per me in gran parte inspiegabilmente, assai più diffusa tra i cacciatori, presentano forse un mosaico genetico più eterogeneo variegato e polimorfo, il che renderebbe automaticamente ragione del fatto che con minor frequenza nei setter possono nascere cani, altrettanto validi, ma mediamente meno spesso predisposti a riuscire dei trialer. Senza contare che, al prossimo Derby, molto probabilmente la situazione si presenterà del tutto rovesciata a favore dei setter, come è sempre accaduto, in un’alternanza continua di sorti e vicissitudini che, anch’essa, coopera ad aggiungere sale e interesse a una cosa già per di sé sapidissima e interessantissima. E senza contare un altro aspetto, già detto e ridetto, ma non per questo, secondo me, meno vero, e cioè che al Derby si accorre da ogni parte d’Italia non solo e non tanto per ammirare e acclamare chi vince, e chi va in classifica, ma soprattutto per vedere il giovane virgulto, setter o pointer che sia, con la vera stoffa del vero trialer. Sarà poi la successiva carriera a fare la cernita, con responsi che, al lungo andare, sono, non sempre, ma sovente, giusti e veritieri.

Già che siamo un po’ in tema, mi verrebbe a questo punto il destro di un’altra considerazione. Qualche mese fa, tornando dalla Polonia, mi pare che toccai questo argomento, in un breve scritto apparso sulla Gazzetta della Cinofilia. Si tratta di genealogie di pointer. Prendiamo i cani portati al richiamo. Se non erro, mi pare che siano in tutto ventidue: un setter gordon, otto setter inglesi e tredici pointer. Occupiamoci di questi, scorrendo nell’ordine i nomi dei richiamati, a cominciare dalla prima batteria. Boss: sua madre, Assia, è figlia di Ribot, il padre, Axel della Galluccia, è figlio di Fiano del Volturno, nipote di Ribot. Baro: discendente diretto di Ribot, nasce da Alpinensis Klarc, figlio di Ribot; inoltre, la madre di Klarc, Etual, è anch’essa nipote di Ribot. Ria dei Boselli: figlia di Zen del Feltrino, e quindi nipote diretta di Ribot; la madre, Bonny, è nipote di Romina, sorella di Ribot. Picenum Zafir e Picenum Zenek: discendenti diretti di Ribot, in quanto figli di Kaster, figlio di Ribot; la madre, Picenum Rosy, nasce da una nipote di Ribot. Luibor Flash: il padre, Sirio, è figlio di Ronaldo; la madre, Cica, nasce da Clery, nipote di Ribot. Seconda batteria. Licinio: figlio di Sansone e Zena, fratelli pieni, figli di Rio, figlio di Ribot. Picenum Zivago: vedi sopra. Dino: stesso discorso, figlio di Sansone, e quindi discendente diretto di Ribot. Robin Hood di Tramonte: nipote in linea retta di Ribot, in quanto figlio di Gaio. Di tredici pointer richiamati, dieci hanno Ribot nelle prime generazioni del pedigree, alcuni con inbred. Di questi dieci, sette maschi sono diretti continuatori della linea stalloniera di Ribot, essendone nipoti o pronipoti da parte di padre. La femmina Ria discende anch’essa in linea retta da Ribot, che ne è, anche nel suo caso, l’avo paterno. Attraverso quattro stalloni suoi figli, Alpinensis Klarc, Gaio, Kaster e Zen del Feltrino, e uno stallone suo nipote, Sansone, Ribot della Noce ha da solo portato al richiamo otto cani su ventidue, e otto pointer su tredici, e gioca un ruolo chiave nell’architettura genealogica di altri due. Credo di poter tranquillamente affermare che una situazione del genere non ha alcun paragonabile precedente nella storia, nemmeno ai tempi di Xocrate. E suscita almeno due riflessioni. La prima è che Ribot della Noce è stato per l’allevamento del pointer una forza prodigiosa, possente a tal punto da improntare in modo indelebile una lunga fase che si protrae ormai da anni, durerà ancora per chi sa quanto, e presumibilmente continuerà a far sentire i propri insigni effetti per sempre, come accade per i pochissimi stalloni caporazza capaci di determinare svolte decisive e permanenti. La seconda è che, accanto a questa inestimabile fortuna, accanto a questo patrimonio di cui avvalersi a piene mani, sorge anche l’esigenza di una certa attenzione, tale da far sì che lo strapotere genetico di Ribot non finisca con l’offuscare troppo altre preziose correnti, con associato il pericolo di un eccessivo inbreeding. Il sangue di Ribot è uno strumento preziosissimo che i nostri allevatori dovranno saper usare e dosare con misura e accortezza, valorizzandone le sterminate risorse e al tempo stesso unendolo ad altre linee valide e foriere di sostanza e qualità. Non dobbiamo diluire troppo la linea di Edo e di Islo, e dobbiamo continuare ad avvalerci di quelle, tanto feconde, di Sernos, Ardito, Hardy, Flash, Fauno eccetera. Almeno, questo è il mio parere.

Ma torniamo alla cronaca, siamo all’epilogo. L’ansia serpeggia nelle file guerriere assiepate lungo la strada. I due campioni, al guinzaglio di Davide Bruni ed Ernesto Pezzotta, entrano nell’arena. La giuria, a sezioni riunite, dà il segnale di battaglia. Il turno fluisce maestoso, all’inesorato ritmo scandito dai due contendenti, nessuno dei quali è intenzionato a cedere il passo, ma combatte strenuamente assetato di vittoria. Ora sale un brusio da gli astanti, si accavallano i commenti, i pareri, i pronostici. In quei brevi minuti, durante i quali l’attenzione di tutti è magicamente calamitata dal verde intenso dell’immenso campo di gara, ognuno in cuor suo si sente come se fosse il giudice gravato dall’alta responsabilità del decreto finale. Qual’è il più bel galoppo? Chi ha più cavalli e benzina nel suo potentissimo motore? Chi affronta con più coraggio e iniziativa il vento e il terreno? Di lì a poco saranno i giudici a dare la definitiva risposta. E fanno bene, molto bene, a prolungare la durata dell’acerrimo agone. Perché questo non è un barrage, questo ha da essere un turno di coppia, e finalmente, e lodevolmente, lo è. A un tratto si ode lo squillo di tromba, e tutta l’ingente tensione accumulata in quel breve trascorrer di tempo si scioglie spontaneamente in un lungo, scrosciante, sonoro, interminabile applauso che si prolunga a significare l’emozione, l’apprezzamento, la gioia di tutti. In quella ovazione si possono manifestamente leggere molti significati, molti messaggi. Non è solo l’espressione di come e quanto sia stato gradito quel bellissimo spettacolo, di quanto siano stati bravi e siano piaciuti i cani, e anche i loro abilissimi conduttori. Ci sono altre cose. C’è la soddisfazione di esserci, di aver visto, di poter ricordare e raccontare, l’orgoglio di aver partecipato, ognuno per i suoi motivi, per la sua passione, per la sua sete di cinofilia al massimo livello, poter narrare ai nipoti, nelle rigenti sere invernali seduti attorno al focolare, il grande e nobile duello che decise quel Derby bello e famoso, bello e famoso come tutti quelli che ci sono stati e quelli che dopo verranno, a scrivere la storia della nostra inesausta passione, e del nostro grande allevamento di setter e pointer.

S’intrecciano freneticamente i pareri e le opinioni: ma l’esito appare incerto e combattutissimo. Tutta la comitiva si trasferisce celermente nel piazzale predisposto al verdetto. Inizia a relazionare Oliviano Nobile, e lo fa con molta precisione, chiarezza, eloquenza ed eleganza. Poi la parola passa a Franco Zurlini, cui spetta anche, per diritto di anzianità, dar lettura della classifica finale. Il pubblico è numeroso, siamo piuttosto lontani, non è facile riuscire a udire bene tutto, ma sostanzialmente mi pare che la giuria si soffermi soprattutto a sottolineare le buone note evidenziate dai cani portati al richiamo, di cui abbiamo già cercato, in questa nostra cronaca, pur inevitabilmente lacunosa, di riferire nel miglior modo che ci è stato possibile.

Ma prima voglio citare il breve intervento fatto da Luigi Consonni, che appartiene senza ombra di dubbio alla ristretta coorte dei migliori cinofili che abbia mai conosciuto nella mia lunga militanza e frequentazione. E Consonni dice delle cose giustissime, che riscuotono il consenso e il plauso di tutti i presenti. Dice che questo Derby è stato un grande successo, merito principalmente di tutti coloro che si sono impegnati nell’organizzarlo, e in primo luogo di Elio Cantone. E aggiunge che da questo indubbio successo si devono trarre i conseguenti auspici, che la cinofilia italiana ritorni in Italia, o almeno anche in Italia, dove, e l’evidenza dei fatti sta lì concretamente ancora una volta a testimoniarlo, c’è tanta voglia e tanto desiderio di poter assistere a questo per noi inarrivabile spettacolo e condividere quella passione che, una volta tanto, ci ritrova tutti riuniti assieme.

Ma è il momento del gran finale: vince con il CAC Picenum Zenek, pointer maschio bianco-nero da Kaster e Picenum Rosy, da Picenum Layos, allevato da Americo Procaccini, proprietario Avv. Sergio Milia, conduttore Davide Bruni. Secondo, con la Riserva di CAC, il fratello, bianco-nero, Picenum Zivago, allevatore e proprietario Procaccini, conduttore Ernesto Pezzotta. CQN Ria dei Boselli, pointer femmina bianco-nera, da Zen del Feltrino e Bonny dei Boselli, da Milord di Groppo, allevatore Luigi Boselli, proprietario Angelo Mocchi, conduttore Stefano Girandola.

Prima di ripartire verso casa, mentre tuttora si festeggia tra lampi di foto e interviste televisive, scambio ancora qualche parola con Elio Cantone. E da questo colloquio, in cui, tanto per cambiare, ci troviamo completamente e assolutamente d’accordo, emergono né più né meno le stesse considerazioni che ho intenzione di apporre qui, a chiusura di questa mia cronaca. Questo Derby è stato bellissimo, tutto ha congiurato perché lo fosse: i terreni, l’organizzazione, la qualità dei cani, la partecipazione della gente. Sarebbe stato perfetto se ci fossero state più starne. Non si tratta di un dettaglio marginale, ma di una componente essenziale. Nella storia cinofila di questo nuovo secolo, ci sono stati, da questo punto di vista, due Derby strepitosi, i migliori da ricordare: quello del 2000 al Mezzano, e quello del 2006 a Mandrogne, con tanti incontri, tanta soddisfazione e tanti cani in classifica. Questo dimostra, inoppugnabilmente, che, se si vuole, si può. Se anche questo Derby 2011 avesse beneficiato dell’adozione, per quanto riguarda le starne, degli stessi metodi e criteri dei due Derby testé citati, sarebbe stato perfetto. È un discorso che io (ed Elio Cantone, a quel che ho capito, concorda in pieno con me, ma non solo lui) cerco ostinatamente di portare avanti da sempre, ho motivato e ribadito in una infinità di occasioni e circostanze, e non mi stancherò mai di ripeterlo, sempre pronto a fornire tutti i convincimenti, e anche gli elementi oggettivi, su cui si basa la mia opinione.

Il Derby è la festa di tutti, e tra i primi sono i conduttori e i proprietari. Ma al di sopra di tutto è la festa dell’allevamento e degli allevatori, e dunque onore e gloria all’ Ingegnere Americo Procaccini, che "giunge e tiene un premio ch’era follia sperar”. A lui, e alla sua gentile compagna Anna Gesiarz, che gli è vicina e lo aiuta e condivide con lui le gioie e la passione dell’allevamento, tutte le nostre più sentite, sincere, calorose felicitazioni.

Luigi Gianoli, nelle sue "Storie di Derby” narra episodi e particolari deliziosi. Dice anche che il sovrano "usava sempre invitare il proprietario del vincitore del Derby per porgergli di persona i suoi complimenti: il pranzo a Buckingam Palace era sempre splendido e degno di un re. Tutte le tappezzerie portavano i colori della scuderia vincitrice”. E narra anche che "il barone de Hirsch iscrisse nel Derby [1892, NdR] la sua meravigliosa La Fleche: tutte le somme che la cavalla aveva vinto nelle corse precedenti erano state donate dal barone a un’opera di carità. La Fleche finì sfortunata seconda nella grande corsa: il nobile versò ugualmente all’istituto di carità tutta la somma di denaro prevista per il vincitore. «I miei beneficiari non debbono pensare che La Fleche sia stata battuta nel Derby»”.

Una immane quantità di acqua è da allora passata sotto i ponti: il mondo è cambiato terribilmente. In matematica, una retta è individuata da due punti, che ne determinano la direzione. Poniamo che un punto sia in quei lontani ultimi anni del XIX° secolo, e un punto sia al giorno d’oggi. Da una parte la nobiltà, lo stile e la delicatezza del bel tempo che fu, dall’altra l’odierno squallore. Nella direzione della retta, ci si può spostare in un senso o nell’altro. Perché, mi chiedo, ci si deve muovere sempre in un verso, e mai, almeno una volta ogni tanto, in quello opposto?
 
 
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