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A novembre sarei dovuto andare, ma fui trattenuto da un impegno che poi si rivelò una perdita di tempo ma di cui non riuscii a spostare la data. Il noioso contrattempo, se non altro, ha accresciuto il desiderio di poter tornare. L' occasione si è presto ripresentata, e così lunedì 4 marzo, a distanza di circa un anno, ancora una volta ho fatto vela in direzione Est. Solito copione, si salpa l'ancora dal quel porto di mare sempre più caotico che è Fiumicino, e si fa rotta verso un porto assai più tranquillo e accogliente, il Nikola Tesla di Beograd. La differenza tra i due approdi, quello di partenza e quello di arrivo, assume un chiaro significato simbolico, assai più generale. È l'espressione del carattere essenziale di due luoghi che, probabilmente mai come questa volta, mi appaiono lontani e diversi. Mi lascio alle spalle un ambiente che mi riesce sempre più ostico e sgradevole, ed entro in un altro che mi appare più adatto ad accogliermi. Leonardo da Vinci, e Nikola Tesla, sono i due poli, l'uno mi respinge con tutto quello che ad esso, anche solo istintivamente, associo, una realtà in costante degrado, in preda a frenesie ed allucinazioni e rigurgiti e tempeste di follie che aborro, l'altro mi attrae col canto delle sirene di una minor confusione, di un po' di quiete, di una vita ancora un po' diversa, meno contraddittoria e sfilacciata e schizoide e irragionevole. Il magma dell'oppressione, del conformismo e dell'arroganza, contro qualcosa d'altro, la tenue melodia, almeno in sottofondo, di un quotidiano meno stravolto e stravolgente, più plausibile, meno assillante, meno brutto e volgare: un po' più sereno. Un po' più umano. Voglio una settimana di quiete, cerco il "rus” oraziano, il "via dalla pazza folla” di quel Thomas Hardy che molceva le mie ingenue cure d'imberbe fanciullino. Ho bisogno di immergermi in una atmosfera simile a quella artificialmente racchiusa entro le proustiane pareti di sughero, un piccolo strappo, lontano dal rumore insensato, a ricercare, sia pure per pochi giorni, i dolci sospiri di giovinezza, a risentire il tenero sapore dell'illusione, a gettarmi dietro le spalle, anche solo per poco, lo sgradevole incessante brontolio di un modo di stare al mondo litigioso e illogico, in cui mi riconosco sempre meno, che mi riesce sempre più estraneo, insopportabile, sconfortevole. Una settimana al sicuro dalle voci gracchianti della TV, fuori dal coro delle pecore arrabbiate, fuori dall'impero trionfante della prepotenza e dell'idiozia. Vi pare poco? O Patria mia, rimanti, lasciami la piccola consolazione di questo ebdomadario intermezzo, rimanti, rimanti a bollire nel tuo brodo sempre più antipatico e indigesto. Qui, per arrivare a Niš, si percorrono più di 200 km di strada, una strada normale, ragionevole: il GRA è solo un brutto sogno? Un incubo fortunatamente svanito in un rassicurante risveglio? Qui si fuma. Qui non ti rompono i cabbasisi. Qui ci sono le starne.

Per uno come me che emerge in questi lidi a riprender fiato mediamente una sola volta l'anno, e quando lo fa in genere è ospite accompagnato nei suoi brevi spostamenti, non è per niente facile, ogni volta, cercare di raccapezzarsi, orientarsi, tra queste strade e stradine, vie e viuzze, cartelli in cirillico sempre faticosi da leggere. Specie per uno che mentre lo scarrozzano in qua e in là sta quasi sempre a pensare ad altro. Comunque, il quadro topografico e toponomastico sostanzialmente è questo: tutto si svolge entro i confini di un quadrilatero che somiglia molto a un trapezio. La base maggiore è una verticale, da Nord a Sud, che va dall' Hotel Nais (al momento inattivo) a Dolijevac. L'altezza è una orizzontale, da Est a Ovest, che congiunge Dolijevac con Zitoradja. La base minore risale da Zitoradja a Merosina. E da Merosina il trapezio si chiude di nuovo verso il Nais. Superficie del trapezio all'incirca 25.000 ettari, più o meno. In realtà, al suo interno quelli che entrano effettivamente a far parte del gioco (ma che bel gioco!) sono solo alcuni nuclei ben definiti e circoscritti, che in particolare questa volta per me sono stati Zitoradja 1 (la piana tra fiume e ferrovia, a partire da Jasenica, a destra della strada che va a Prokuplje) e 2 (la parte collinare a sinistra della medesima strada), Lalinske Pojate (sotto e sopra-strada), Lalinac, Dolijevac. Dule sovrintende, e poi il rito è officiato da potenti ministri, che, ciascuno nella propria zona, dirigono (a perfezione) la musica, Marko, a Zitoradja, Boban, a Lalinske Pojate, Prike, a Lalinac, Dragan, e figli, a Dolijevac. Il tutto coadiuvato e corroborato da una schiera di collaboratori altrettanto solerti ed efficienti. Ne vien fuori un concertato di rara bellezza. Il fulcro è il campo del barrage, tra Mezgraja, Vrtiste e Trupale, all'ombra della solenne bianca basilica. La dislocazione di noi giudici non è unitaria e solidale, ma duplice, e piuttosto ai margini. Io, e alcuni, siamo allo Zeleni Vir, sulla strada che va da Niš a Merosina, altri sono al Complex-Vidikovac, alla periferia meridionale di Niš. I vari spostamenti e collegamenti ne risultano alquanto indaginosi e laboriosi.

Nel pomeriggio di sabato, finita la nostra gara, eravamo in un bar di Zitoradja. Per consentire a chi ci aveva accompagnato di non doverci subito riportare alla nostra base, ci fu chi molto gentilmente si prestò a farlo in sua vece. Così salimmo nel suo fuoristrada, e, anziché riprendere la strada da cui eravamo venuti, cioè verso Dolijevac, tagliammo all'interno, verso Kostadinovac, per poi prendere a destra in direzione di Merosina. L'itinerario sale un po' sulle colline, fino a che, quasi d'incanto, ci si affaccia alla sommità, per scoprire davanti allo sguardo una visione idilliaca. Ai dorati raggi del sol calante si apre lo spettacolo più bello che un viandante cinofilo possa immaginare: nuovo mondo, paradiso in terra! Tutto il sacro piano, teatro delle nostre avventure e delle nostre folli passioni, era lì, giaceva solennemente, aperto come un libro magico. In fondo, a destra, Niš, e dinanzi a noi gli sconfinati campi percorsi e percossi dai nostri trialer, fatti vibrare dal battito d'ali delle starne, risonanti del trillo dei fischi e degli squilli delle trombe. Uno dei più grossi sbagli che possa aver commesso è stato quello di non chiedere, al nostro cortese nocchiero, di fermarsi, solo per un attimo. Sarei dovuto scendere, e, affacciatomi a quel sublime balcone, fare almeno una fotografia, da custodire nel quaderno dei sognanti ricordi. Troppo bello. Se chi legge si troverà anch'egli a percorrere quella stessa strada, non faccia come me, si fermi. Respiri, osservi, apra il suo cuore, e scatti la foto.

Sono indeciso sul da farsi. Se mettermi a fare il solito sommario di ciò che ho visto, oppure limitarmi a riferire, qua e là, le impressioni che più vivide si sono impresse nella memoria. Alcune cose, tuttavia, devono essere registrate. Come lo stato dei terreni, che mi sono sembrati perfetti, più belli che mai. E come le starne: belle, e tante, come gli anni passati, e forse ancora di più. In ognuno dei già elencati terreni che ho battuto, la loro densità è stata pressoché costante. Coppie praticamente per quasi tutti i turni (il richiamo qui diventa un'evenienza molto rara), ma ci sono delle parti e dei momenti dove si raggiunge l'eccesso: due, quattro, sei, e anche più, coppie per turno!

Certo che, dopo un primo giorno di sole e buon tempo, la stagione non aiuta. In particolare, dopo le prime avvisaglie di mercoledì, il terzo giorno di gara, giovedì 7 marzo, cade per tutto il dì una pioggerellina abbastanza flebile, ma fitta e insistente. Fa sì che i collegamenti divengano subito pressoché impossibili, e la marcia attraverso i campi la più penosa che possa immaginarsi, una fatica indicibile, ad arrancare sul terreno infido e sdrucciolevole, trascinandosi dietro chili di fango inesorabilmente incollati ai piedi. Figuratevi che agio e piacevolezza anche per i cani, a spolmonarsi su quel vischio!

L'esordio, martedì 5, nonostante la momentanea benevolenza degli elementi, non è dei migliori. Fa caldo, e non c'è una bava di vento. Si indugia, si traccheggia, si attende, nella pia illusione che prima o poi arrivi un po' d'aria, ma niente da fare. Finiremo quasi a buio, senza mai esser riusciti a mettersi su un solo terreno con un po' di vento in faccia. Da tali difficoltà esce vittorioso il setter Zar delle Furie dei Biagioni. L'allievo di Nuziata dimostra duttilità, intelligenza, iniziativa, coraggio, e pone al suo attivo due ottimi punti. L'indomani mattina al barrage compete onorevolmente con Silver, Camerata, Clastidium Buch e Cucca's Okeo, ed è proprio il giovane setter di Lombardi ad avere la meglio.

Mercoledì 6 svanisce, in modo pressoché definitivo, il pallido sole, ma almeno c'è vento, e c'è la possibilità, a Lalinske Pojate, di affrontarlo pel verso giusto. Ne vien fuori una gara bellissima, con terreni e starne per tutti. Di quel giorno, l'immagine più grandiosa che mi rimane indelebilmente impressa nella mente e nel cuore è quella di Flok della Vertematese, guidato da Pezzotta: un gigante! Con sincerità e obbiettività, anche riandando a ritroso nel tempo, per lustri e decenni, non si riescono a trovare troppi termini di paragone, e, tutti quelli che trovo, sono quelli dei grandissimi. Flok ferma, le starne non si palesano, lui riparte furibondo e a poco a poco oltrepassa gli estremi confini di quella che, purtroppo, viene convenzionalmente considerata la massima tolleranza possibile. A vendicarlo ci pensa il suo compagno di allenamento, il setter Desianensis Linux: una gara assolutamente perfetta, ineccepibile sotto tutti gli aspetti, e un grandissimo punto, preso e risolto da campione. Nel barrage a sei Linux ribadisce l'eccezionale condizione, e Sting, di Targetti, si aggiudica la Ris. CACIT.

Il dì seguente, stessi terreni, ma cambiano gli attori. Una gara anche oggi stupenda, sotto la pioggia, ma molti grandi cani bersagliati da una incredibile contrarietà delle stelle. Faccio la prima conoscenza di un pointer bianco-marrone, grande e possente, che sciorina una prestazione di alto livello, molto alto. Si tratta di Iarro, presentato da Dotti. Sempre sul vento, sicuro, continuo, impavido, martellante, vigoroso, dominatore. Vince bene la gara, e vince altrettanto bene, il mattino dopo, l'arduo barrage a sei, con Silver di Cantoni a seguirlo.

Venerdì, per un giorno, s'interrompono le miste, e si corre una speciale setter. Nella quale ritrovo la Belen del Sargiadae, ben nella mano di Girandola, maturata e affidabile. Vince lei, con due bei punti, e suo fratello Bolero, condotto da Traina, con ben tre punti, la segue a ruota. Una giornata lunga, anche perché i terreni, e le starne, di Lalinac, esercitano rapinose tentazioni su molti, e molto forti, protagonisti.

Sabato torno a Zitoradja, impegnato nella prova a starne. Ma il destino vuole che anche oggi il vento ce la metta tutta, ma proprio tutta, a creare le condizioni più difficili per i cani, in mezzo a tante, ma tante starne, talvolta troppe.

Siamo già all'epilogo. Giornata conclusiva a Dolijevac, dove vige la massima concentrazione possibile e immaginabile di jarebice. Il più bravo a cavarne le gambe è Abbagliante, il pointer di Eschini, vincitore di una gara resa interminabile dalla assoluta impossibilità, causa pantano, di accettabili collegamenti. Il barrage lo vince Silver, con la Ris. a Ria dei Boselli, esplosiva.

Annotazione a margine. Nonostante l'ennesimo cambiamento di rotta nei metodi di formazione delle batterie, e l'improvviso ripescaggio della "rotazione”, non ho avuto la possibilità di vedere i cani dei seguenti conduttori: Baraghini, Bruni, i pointer di Cantoni, i pointer di Girandola, Lombardi, Pioppi, e forse altri che ora possono sfuggirmi.

Lunedì torno faticosamente in Italia. Dal punto di vista generale, mi attende tutto quello che tanto volentieri mi ero lasciato alle spalle solo una settimana prima. Dal punto di vista cinofilo, mi attendono i ricordi, e il quagliodromo.

Bilancio complessivo. Molti cani all'apice della forma, alcuni, spesso, con marcate difficoltà a rimanere in mano. Sostanziale, e magnifico, equilibrio tra le due razze. Tanta qualità. Starne sovrane e strepitose. Condizioni ideali per fare severa e veritiera selezione. Viva la Serbia e viva il trialer!





















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